L’acqua dentro i piccoli contenitori delle lenti a contatto era evaporata. Sopra al lavandino del mio bagno di casa, avevano aspettato invano che qualcuno li richiudesse. Uscendo, due domeniche prima, avevo tolto gli occhiali da vista e appoggiato sulle mie pupille le due sottili strisce di plastica morbida. Poi, per quasi quindici giorni non sono tornato a casa. 

Mi è capitato molte volte di lasciare casa per dei giorni, di ritrovarla dopo aver dormito su altri letti e pisciato in toilette diverse dalla mia. Ma ogni volta che sono tornato – fossi mancato per due o venti giorni – ho sempre trovato casa pronta a riprendere la nostra coesistenza. Anche stavolta la mia casa era come l’avevo lasciata: me ne ero andato di corsa, nella tarda mattinata di domenica, pronto a tornare la sera stessa e “prepararla” all’inizio imminente della settimana. 

Durante i giorni in ospedale, dopo l’incidente, e quelli in convalescenza a casa dei miei genitori, ho pensato a come in quel momento stesse entrando la luca in casa mia. Immaginandola non me la ricordavo un po’ sfatta e impreparata come invece l’avevo lasciata. C’erano dei piatti da lavare nel lavandino, il secchio dei panni sporchi era pronto per essere svuotato, il divano coi cuscini ribaltati e la coperta stropicciata, i giornali e le riviste del weekend buttate alla rinfusa sulla scrivania, la chitarra appoggiata sulla poltrona e il suo treppiedi vuoto.

La famosa frase di un cantante, altrettanto famoso, sostiene che la vita sia ciò che ti accade mentre la stai programmando. È innegabilmente vero, ma è vero anche che di programmi che puntualmente non rispettiamo ci siamo scocciati. Chi, come me, ha attraversato gli ultimi due anni privandosi di una fetta consistente della propria libertà, affacciato sul crinale della vita adulta, ha un po’ mollato la presa mentale nei confronti della programmazione. Vediamo è diventata la traccia fondamentale di ogni analisi del reale. 

Forse anche per questo sono aumentati i cuscinetti protettivi di cui ciascuno si è circondato: siano essi la paura immotivata per ogni cosa o il consolidamento di un limitato numero di relazioni, la configurazione ben determinata di un orizzonte entro il quale volersi muovere. Ciascuna di queste scelte è ovviamente, allo stesso tempo, un tentativo di rafforzare una sicurezza intorno a sé e una limitazione. Ovvero un affidarsi, apponendo sulla terra un confine che può segnalare ciò entro cui ci sentiamo bene e tutto quello che ci spaventa. 

Rientrando a casa, ancora acciaccato dall’operazione e però cosciente che il peggio si trovasse alle mie spalle, l’ho guardata con uno sguardo unico (la casa è piccola, si può fare). Muovendo i miei occhi vedevo una patina di distacco che si era consumata nei giorni della mia assenza, e mi è venuta paura. Ho avuto il timore di aver perso il contatto con il luogo che in questi due anni mi ha protetto, ha ricevuto le mie idee, ascoltato i miei pianti, accolto le persone che ci sono entrate per salutarmi, per prendere in prestito un libro, per mangiare insieme un piatto di pasta o vedere una partita di calcio alla tv. Queste, che mi sembrano poche cose ma sono in realtà un’enorme rete rizomatica di elementi che mi tocca, hanno il potere di calmarmi, di farmi sintonizzare su una frequenza che sostiene senza scuotere il mio corpo. 

Il venerdì in cui sono tornato, dopo averla pulita a fondo, la finestra del salotto ancora aperta nonostante l’aria di dicembre, mi sono seduto sul divano di casa. Ho ripercorso lo stesso sguardo di qualche ora prima chiedendomi perché si debba caricare uno spazio di tutta questa importanza. Uno spazio non mio, tra l’altro, che ho in affitto e non sarà mai mio. A quali necessità mentali risponde il nostro legame con uno spazio definito casa? 

Fino a qualche mese fa, al polso destro, avevo un cordino rosso legato con un piccolo nodo stretto. Era piuttosto cicciotto e con gli anni si era consumato. Ogni volta che si bagnava, dopo la doccia ad esempio, lo odoravo. Aveva un profumo simile a quello delle nocciole o dei campi umidi dopo i temporali estivi. Ancora oggi, dopo essermi lavato le mani, provo a odorarmi il polso, ma il cordino non c’è. L’ho perso, non so dove, non so come, ma non se n’è andato. Allora ho pensato che il meccanismo psicologico che mi porta ad annusare il cordino che non c’è più è lo stesso che mi fa sospirare quando in casa sento di avere meno paura. 

Dovunque vada, per quanto tempo, quali che siano le cause dello spostamento, c’è sempre qualcosa che mi tiene: da un lato mi limita, dall’altro mi protegge. Questo qualcosa si condensa dentro forme che identifico e posso riconoscere; a volte è casa (la casa dove ho vissuto gli isolamenti, le zone rosse, una solitudine sconcertante e che prima o poi vorrò lasciare); a volte è l’odore di una corda che non doveva nemmeno essere un bracciale; a volte sono i suoni di una memo vocale che ho sul mio telefonino, o dei vecchi video su YouTube. Sono tante cose che, messe insieme, sembrano me. E ognuno, di se stesso, dovrebbe avere cura, perché nel tempo le cose cambiano, spariscono e non se ne vanno mai. 

 

[Nella foto una vista satellitare della mia città.]

Saverio Mariani

Author Saverio Mariani

Laureato in Filosofia ha svolto ricerca a Macerata, Napoli e Roma, salvo tornare sempre nella sua Umbria dove c'è il silenzio giusto per suonare le sue chitarre. Ha scritto saggi per riviste scientifiche, un libro su Bergson (ETS, Pisa 2018), alcuni racconti usciti su Minima&Moralia e varie altre cose. Sua madre dice che compra troppi libri, per l'Istat è un lettore forte.

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