La gente scende dal treno e telefona, registra audio vocali, scrive messaggi, informa il suo mondo che è arrivata a destinazione e i suoi piedi sono tornati a calpestare il terreno solido a cui tutti noi vorremmo per sempre rimanere incollati. Il sole è perpendicolare all’asfalto apparentemente dall’eternità, e in effetti abbiamo tutti la sensazione che le scarpe possano trattenerci lì dove, invece, stiamo passando.

Gli sguardi sono piegati dalla luce chiara, talmente sottile che sembra rifrangersi su degli specchi trattenuti in cielo. Aspettiamo, distanziamo i nostri corpi, facciamo di tutto per renderci ancora di più estranei e lontani. Non bastano le barriere sociali, i riti culturali, i nostri abiti così ripetitivi e scontati, le mascherine ad oscurarci l’altra metà del volto, la paura e il rispetto per ciò che è sconosciuto. Non bastano, sembra. E quindi i corpi si aprono a pettine, affrontano lo spazio comune nel tentativo di trovare un angolo incolto che possano colonizzare per qualche istante: quello in cui incontrano gli impegni, le vite e gli orari di noi che stiamo andando nella direzione contraria, degli altri. Altri così distanti che potrebbero anche non esistere in quest’isola dove qualcuno, finalmente, ha potuto di nuovo poggiare i suoi piedi.

Il treno Regionale Veloce 2326 per Ancona, delle ore sedici e zerodue, è in partenza dal binario 2Est.

 

Photo by Franck V. on Unsplash
Saverio Mariani

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