Ogni tanto capita di leggere un gran romanzo. In termini statistici è più probabile che ciò accada a chi legge molto rispetto a chi dedica alla lettura meno tempo. Io, stando alla media nazionale, leggo molto, sono un lettore forte – così dicono –, e mi capita di leggere libri veramente belli. Un po’ perché, come dicevo prima ed è facilmente intuibile, più leggi e più probabilità hai di leggere cose belle, e un po’ perché i libri me li vado a cercare. A parte qualche caso di regalo o di libri da leggere perché sto studiando una cosa o mi si chiede di leggerlo per una recensione, direi che otto libri su dieci entrano nella mia libreria perché io decido di acquistarli e leggermeli.

Negli scorsi mesi ho letto un romanzo davvero molto bello. Ma: non è questo il punto. Il fatto è che lo avevo comprato nel 2012 – anno in cui il libro è uscito con grande clamore –, l’ho appoggiato sulla mia libreria, me lo sono portato dietro nei vari cambi di casa che ho fatto in questi anni, lasciandolo continuamente nella lista dei libri da leggere che tengo, da anni, su un quaderno. (È una lista molto scomoda perché non si può aggiornare in ordine alfabetico come farei invece con un file excel, e una volta che ho letto uno dei libri contenuti nella lista lo devo andare a cercare in quelle pagine per cancellarlo con una linea orizzontale che lasci comunque intravedere il titolo, e non è sempre facile. Però è bella e la alimento a cadenza quasi giornaliera.)

Dicevo: ho comprato il libro nel 2012 sulle ali dell’incredibile promozione di cui ha goduto, dopo aver letto molti articoli di giornale su quel romanzo (al tempo andavo all’università e una delle cose che facevo, solitamente appena pranzato, era consultare la rassegna stampa culturale dei quotidiani). Ero soprattutto convinto che avrei dovuto leggerlo per stare al passo con quanto succedeva intorno a me – culturalmente parlando. Ma poi, in realtà, l’ho letto a cavallo fra novembre e dicembre 2019, ovvero sette anni dopo, a ventinove anni abbondanti, mentre svolgo due lavori, ho una casa tutta mia e il mio amico coinquilino vive a trenta chilometri da me, ho vissuto l’inizio e la fine di storie d’amore, mi sono costruito una coscienza politica certamente più “calibrata”, e ho letto centinaia di libri.

Più che pensare a cosa sia successo nel frattempo, anche se adesso che è momento proficuo per le liste di fine anno e fine decennio, ho provato a capire perché – preso dall’avidità di avere quel romanzo, di  “doverlo” leggere mentre tutti lo stavano commentando – lo avessi immediatamente comprato all’uscita in libreria, per poi abbandonarlo. La prima cosa che mi sono detto è che non c’è stato alcun piano deliberato; ovvero non ho abbandonato quel libro per ribellarmi a qualsiasi cosa o perché lo volessi snobbare. Tutt’altro. Poi però c’è un fatto inequivocabile: dopo averlo aggiunto alla libreria è rimasto lì, sovrastato dagli altri infiniti libri to-read che ho e che accumulo come avessi paura di rimanere senza coperta in una notte fredda a cinquemila metri d’altezza.

Ieri mattina camminavo dopo aver bevuto un caffè nel bar in piazza e tornavo a casa, quando mi sono detto che l’aria di festa rende tutto lucido; poi ho guardato il cielo, azzurro e trasparente, il sole cadeva laterale in mezzo ai palazzi del centro storico e non stiepidiva il freddo di prima mattina a fine dicembre. Provavo a ricordare il momento in cui ho comprato quel libro, ma non me lo ricordo. Non so se l’ho acquistato in libreria o su internet. Nel 2012 abitavo a Macerata e molte delle cose che ho comprato in quel periodo le ho prese alla libreria centrale che si trovava a poco meno di 200 metri da casa mia. Forse quel libro viene da lì. È molto probabile, ma non è certo. Se è andata così l’avrò appoggiato sulla libreria mobile che avevamo predisposto con Andrea nel salone della nostra casa, per poi riportarmelo in Umbria nel fine settimana in cui rientravo dai miei. Forse è rimasto sulla libreria di casa e sicuramente mia madre gli ha cambiato posto, credendo di farmi un piacere riordinando quel caos irragionevole che domina le cose non appena entrano in mio possesso.

È abbastanza probabile sia successo questo: il clamore intorno a questo romanzo si è via via affievolito, e il suo posto è stato preso da qualche altro argomento. Ho certamente acquistato altri libri che hanno avuto subito lo stesso trattamento del romanzo che ho recuperato quest’anno, a cavallo fra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. La sete che provo da sempre è contestualmente un grande alleato e uno spostamento dell’attenzione nemico della progettualità.

A parte queste cose che ho appena descritto, non ho saputo dare una risposta al mio quesito – e questo, forse, dovrebbe farmi pensare a quante volte mi sono voluto esporre a rovinose cadute ingenuamente, quasi sacrificandomi per potermi poi auto-consolare. Ma sono convinto che se lo avessi letto all’epoca non lo avrei apprezzato come l’ho apprezzato oggi. Questo romanzo, così intelligente e che spesso sovrappone la narrazione alla saggistica, mi avrebbe dato fastidio. Avrei rigettato i lunghi passaggi in cui il narratore si sofferma sulle strategie economiche che il protagonista mette in atto per incrementare il suo portafogli e quello del suo fondo azionario. Ero molto più impulsivo e le uniche storie che volevo dovevano prendermi lo stomaco, far bruciare la carne. Ora questa richiesta non si è eclissata, ma è stata affiancata da uno sguardo più ampio, nettamente più accogliente e riflessivo, ma anche da una più ragionevole distribuzione delle energie.

Per fortuna la bramosia di possedere e leggere immediatamente quel libro non si è trasformata, per motivi che solo il passato conosce, in azione. Alla fine del decennio mi rendo davvero conto di quanto sia cambiato, di come il tempo abbia smussato alcuni angoli, per necessità o forse solo per viltà. Un qualche vago senso di rassegnazione mi sfiora mentre penso al fatto che le cose, per loro stessa natura, procedono senza avere bisogno delle nostre decisioni.

Resistere non serve a niente, appunto.

Resistere non serve a niente di Walter Siti (Mondadori, 2012) racconta la vita di Tommaso, broker finanziario con un’infanzia segnata dall’arresto di suo padre, imbrigliato in una storia di mafia. Tommaso ha la fortuna di incontrare il Narratore (che si chiama, rothianamente, Walter Siti) al quale chiede di scrivere un libro sulla storia della sua vita. Siti lo fa, ma a suo modo: non certo compilando una lista di cose fatte o da raccontare, ma dandocene testimonianza, mostrandoci lo spessore sociale di questa vicenda personale – ed è qui che si intrecciano romanzo e saggio, in quel realismo-politico di cui Siti si fa portatore.

 

 

 

 

 

 

 

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Saverio Mariani

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