Qualche settimana fa stavo sistemando il mio archivio fotografico digitale su Google Foto, e scorrendo con la barra a destra tra i vari mesi nei quali ho scattato quelle foto, mi sono fermato a riguardare quelle del 2 luglio 2016. Luogo: Circo Massimo, Roma.

Forse non ci avevo mai pensato in maniera intensa, ma quel giorno sono riuscito ad avverare uno dei miei sogni da bambino: vedere David Gilmour dal vivo. A pochi metri dal mastodontico palco, mentre l’Italia giocava i quarti di finale dell’Europeo contro la Germania, e il sole calava dietro i pini di una Roma tropicale, venivo colpito nuovamente dal suono di quella Stratocaster nera.

Quel suono, riconoscibile in mezzo a mille altri.
Quel profilo di un uomo oramai con la barba bianco candido, non tagliata da qualche giorno.

Raccontare cosa mi sia successo durante il concerto sarebbe una fatica che potrebbe portare solo ad una determinazione di ciò che, di per sé, deve rimanere indeterminato, svolazzante…

Posso provare a raccontare, però, parte del perché David Gilmour sia sempre stato, per me, un riferimento. Ascoltavo i Pink Floyd fin da bambino, album per album. Studiavo i loro pezzi, me li canticchiavo e tentavo di spiegare ai miei compagni di classe perché fosse imprescindibile ascoltare The Dark Side of the Moon dall’inizio alla fine, senza interruzioni.

(Se volete saperlo: non riuscivo mai a spiegarmi, malgrado uno sforzo accorato.)

Ho sempre trovato affascinanti le persone (e gli artisti) riconoscibili, che hanno una loro identità. Be’, Gilmour è questo. La sua voce leggermente sfiatata, la posa di quando canta (con la testa all’indietro, come se oltre a cantare nel microfono dovesse far arrivare qualche nota anche più in alto), il sorriso sornione, l’utilizzo sempre misurato e per questo devastante della lap steel guitar.

Oggi David Gilmour compie 71 anni. Il più figo dei Pink Floyd (le foto che li ritraggono da giovani non lasciano dubbi, lui era il più bello!). Quello a cui sono emotivamente più legato. Anche se ai Floyd nella loro completezza sarò sempre grato, perché difficilmente su questo pianeta passerà una band capace di comporre cose di questo livello.

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(Il secondo da sinistra. Quello più figo, dai.)

Mi ricordo dell’emozione di mio padre (floydiano come pochi altri) mentre passavo ore sull’assolo iniziale di Wish you Were Here, prima che inizi a cantare. E poi riuscirlo più o meno a suonare, a renderlo simile a quello di David.

Ho tanti altri ricordi collegati a loro e a quell’inconfondibile Stratocaster nera quasi sempre col Delay e i suoi suoni spaziali. Così tanti ricordi che se si aprissero tutti in una sola volta difficilmente sarei capace di gestirli.

Tuttavia, al netto dei ricordi personali – ché lo sappiamo, sono in buona sostanza finzioni – se un artista lascia un’impronta così nelle vite delle persone, se riesce ancora a farti piangere ascoltando l’assolo infinito in Confortably Numb versione live Pulse (sentitela TUTTA), allora è dimostrato che per essere grandi non serve tecnica e precisione. È un artista, infatti, chi sa creare emozioni; non solo suscitarle ma farle nascere.

È un mestiere per pochi.
Uno di questi pochi, per me, si chiama David.

Happy birthday!

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Saverio Mariani

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