In generale, non ci sarebbe nulla di male, forse, a scrivere qualcosa su “Le correzioni” di Jonathan Franzen (2002, trad.it. Silvia Pareschi, Einaudi), e tuttavia — con molta probabilità — questo qualcosa non aggiungerebbe nulla alle tante cose uscite su Franzen e su questo libro che ha reso famoso (terzo romanzo della sua carriera) lo scrittore americano.

Potrebbe allora essere interessante provare a capire perché io, lettore forte e interessato, per quanto possibile attento, sono uscito da questa lettura un po’ acciaccato. Mi spiego: “Le correzioni” è un romanzo di 600 pagine nel quale sono contenute una infinità di sfumature, un corredo enorme di storie parallele e laterali rispetto ai cinque protagonisti (cinque! sic), che hanno certamente il pregio di rendere evidenti al lettore i perché di alcune azioni, ma anche di sovraccaricarti. (Non prendiamo questo termine per forza nella sua accezione negativa, proverò a dire perché.)

Mentre di Enid e Albert, i due genitori americani che vivono a St. Jude, nel Midwest, sono riuscito a farmi un’idea, sono riuscito a giudicarli; Chip, Denise e Gary — i tre figli della coppia — mi sfuggono. O meglio: Franzen ti conduce al fianco di ognuno di loro in maniera così dettagliata e intelligente che mi ha impedito di valutarli distaccatamente, di elaborare una costante che possa essermi da riferimento.

Quando dicevo che Franzen ti sovraccarica intendevo proprio questo: sei investito di particolari, di contesti e situazioni nelle quali Chip, Denise e Gary si muovono durante tutta la narrazione. Come se lo scrittore volesse apporre una luce fortissima su tutto il tessuto di relazioni che ognuno di essi ha con il mondo, seguendo più tracce possibili. Il risultato è che da questa luce rimani abbagliato e meravigliato. E la meraviglia, come sapevano gli antichi Greci, stupisce nel frattempo che spaventa.

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Saverio Mariani

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