Disclaimer: sogno un film con la sceneggiatura di Alessandro Piperno e la regia di Paolo Sorrentino.

Perché?
Per Sorrentino provo a rispondere un’altra volta, per Piperno ora – e comunque in maniera sommaria. Poiché ho appena finito di leggere il suo primo romanzo, del 2005, Con le peggiori intenzioni. Quest’anno – appena uscito – avevo letto anche il suo quarto e più recente romanzo, Dove la storia finisce, di cui avevo parlato anche qui. Anni indietro mi ero imbattuto, quasi casualmente, prima in Persecuzione e poi – fagocitato dalla sua scrittura e dalla storia – in Inseparabili, col quale Piperno vinse il premio Strega. (Inoltre, Persecuzione Inseparabili, formano il dittico: Il fuoco amico dei ricordi.)

I due – Sorrentino e Piperno – hanno la medesima capacità di sviluppare negli osservatori amore o odio. Non esistono mezze misure con loro. O ti respingono, o ti catturano.
Con le peggiori intenzioni, libro da 200mila copie vendute, in quanto opera prima (letta da me, colpevolmente, da ultima) è ricchissima. Più ricca degli altri ricchi libri di Piperno. Stracolma di avverbi che, però, non fanno male alla lettura ma anzi la rendono unica. Le ampie parentesi costruite sapientemente permettono allo scrittore di narrare un’intera saga familiare, quella dei Sonnino (ebrei romani benestanti che attraversano tutto il Novecento), e una porzione ristretta di Roma. Un quartiere, le sue dinamiche e i suoi abitanti.

Chi parla è Daniel Sonnino, nipote di Bepy Sonnino, il capostipite di questa famiglia che ha fatto soldi con i tessuti (insieme a tale Nanni Cittadini), e che poi ha portato nella bufera se stesso e i suoi cari.

È stupefacente leggere questo libro poiché Piperno mostra un’abnegazione assoluta nei confronti del particolare, dei microscopici sommovimenti delle anime dei personaggi. Non c’è pensiero, anche recondito, che il libro non ci tratteggi in modo deliberatamente violento. Una pratica sistematica e corroborante di un tema narrativo: Daniel Sonnino non è soltanto uno dei personaggi della storia, ma è anche colui che sa guardare alla Storia e ne vede gli intrecci dall’alto. Il narratore è interno ed esterno allo stesso momento. Una finzione che conduce il lettore ben al di là di ciò che Daniel Sonnino (forse, si vociferava nel periodo in cui questo libro è uscito, alter ego di Piperno stesso) potrebbe umanamente rivelarci.

Leggendo, incuneandosi nelle righe fittissime e articolate che compongono queste 300 pagine, risuonano alle spalle di Piperno le voci di alcune sue fonti: Philip Roth, Saul Bellow, ma anche Proust (Piperno è professore di letteratura francese a Tor Vergata), Baudelaire e Flaubert. Ricorre almeno quattro volte la parola apotropaico, e nel momento in cui Daniel vuole descrivere la sua amata ci dice – direttamente – che egli, in quanto narratore, si sta permettendo «il più inebriante e démodé tra i privilegi letterari: l’ecfrasi della donna amata» (p. 229).

Questa ricercatezza linguistica, tuttavia, non è fastidiosa e nemmeno barocca. O almeno, è barocca nella misura in cui è tentativo di stupire. Uno stupire fecondo, però, che ha voglia di colpire l’osservatore per scuoterlo dal torpore.
Eccola, forse, allora la somiglianza più forte fra la letteratura di Piperno e la cinematografia di Sorrentino: della bellezza e dell’abbondanza non si ha paura, perché mostrarla non significa sfoggiare una ricercatezza fine a se stessa, ma vuol dire aprire porte che, per mezzo della normalità schiacciata verso il basso, si chiudono ancora di più.nzo


Alessandro Piperno
Con le peggiori intenzioni
Mondadori, 2005, pp. 304.
(5/5) *****

Saverio Mariani

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