Sto leggendo L’isola dell’infanzia, il terzo, corposo, volume della biografia in sei tomi dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.
Ho letto i primi due volumi, il primo nel novembre 2015 e il secondo tra l’agosto e il settembre 2016. Finora i testi sono quasi del tutto autonomi. Si potrebbe benissimo leggerne uno, senza aver letto quelli precedenti. Tutti, però, hanno la spasmodica voglia di raccontare questa vita normale: la vita di uno scrittore quasi cinquantenne che ha vissuto sempre fra la Norvegia e la Svezia.

Eppure, sarà per una forma di voyeurismo di chi la legge, sarà perché è così difficile mettere in mostra la propria esistenza, ma questa vicenda ti richiama. O almeno, mi richiama. Knausgård è onesto, scrive chi è. Le sue debolezze, le sue certezze, le sue lacrime e i suoi coiti diventano materia letteraria e non sotto pseudonimo, ma direttamente. Questa forma di prepotente invasione nella nostra coscienza collettiva è entusiasmante, secondo me – al netto di ogni curiosità (morbosa?) che deve sempre inondare chi legge.

Metto in ordine le due stringate recensioni che avevo scritto soltanto su Goodreads dei due precedenti volumi. A breve la lista si allungherà con il terzo volume, e via di seguito coi restanti.

Sarà inevitabile, del resto la vita di Knausgård è così semplice.

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La morte del padre (recensione del novembre 2015)

Premessa personale
Ho letto questo libro di oltre 500 pagine in un periodo faticoso, un po’ schiacciato da tanti impegni e con poco tempo a disposizione. Ciononostante la lettura non mi è mai parsa faticosa, nemmeno a tarda notte quando mi dedicavo alla battaglia di Knausgård. Questo dato mi sembra importante, per valutare – a mio gusto – il libro stesso.

Fine della premessa personale

Knausgård è un maniaco dei dettagli, ti racconta ogni cosa, ogni spostamento dell’aria, il 9788807887130_quartasuo asciugarsi la bocca col dorso della mano dopo aver bevuto un goccio d’acqua. Sembra farlo con acredine, ma non è mai superficiale. Il suo obiettivo è descrivere, è portarti dentro una lotta costante con se stesso e con ciò che lo ha plasmato.
La sua vicenda da ragazzino sembra triste ma libera. Il rapporto che ha con suo padre è conflittuale, pauroso, ma mai falso. La morte del padre, non solo come titolo del libro, ma anche come evento decisivo nella vita di Karl Ove, è ago della bilancia, spartiacque fra ciò che l’autore si è sempre pensato di essere e ciò che realmente è.

In fondo Knausgård non è mai pago di dettagli, ma in realtà vorrebbe sempre di più restringere il campo a quello che sente nel suo dentro; la presenza di un’assenza in una casa devastata (quella del padre), infine, lo riporta all’origine, alla fonte di ciò che è. Una vita, che vale la pena di essere vissuta.


Un uomo innamorato (recensione del settembre 2016)

La morte del padre
, il primo volume di questa insolita autobiografia dello scrittore norvegese, non aveva affatto necessità di continuare. Era un pianeta stabile e che, dopo oltre 600 pagine, chiudeva un cerchio. Ma, si sa, i cerchi si chiudono perché se ne aprano degli altri. Ed infatti, in Un uomo innamorato, quel cerchio chiuso alla fine del primo volume lascia spazio affinché se ne apra un altro, il quale ne aprirà un altro, e così via. 9788807888229_quarta

Dico ciò perché Knausgård e la sua vita, che vediamo svolgersi in modo incessante tra le lettere dell’alfabeto che dipanano ogni minima cosa, gesto, riflesso di luce o mezza smorfia, in questo secondo volume sembrano completamente avulsi da ciò che veniva narrato nel primo volume. Eppure tutto rimanda a quella vicenda, anzi: a quelle vicende.

Lo scrittore norvegese dev’essere realmente convinto che noi siamo la nostra storia, perché la cura con la quale racconta ciò che gli è accaduto, le sue scelte e i suoi stati d’animo, sfiorano la follia maniacale. Inoltre i particolari descritti sono numerosissimi, le vicende sono trattate in modo puntiglioso. Ogni atto è contornato dalla luce che lo avvolge.

Ipertimesia, o memoria autobiografica eccezionale. Ecco, forse, ciò di cui soffre Knausgård per ricordare così ogni frammento della sua vita. Proprio questo è il punto dolente del libro (così come lo era il precedente). Trattandosi di un’autobiografia, in linea teorica ciò che viene letto è realmente successo, o meglio: dovrei leggere una trascrizione di ciò che è successo, senza troppa fantasia che lo “condisca”. La sua dovizia di particolari è però, quantomeno, dubbiosa. Non sarebbe stato un problema qualora avessimo letto un romanzo di fantasia; ma qui, ripeto, l’obiettivo è quello di raccontare la lotta di Knausgård stesso. Il suo andarsene dalla Norvegia, lasciando la moglie Tonje, per trasferirsi a Stoccolma, in Svezia. Lì dove arriverà Linda, dalla quale – ci dice fin da subito – avrà tre figli.

Il quotidiano ci consegna la felicità e il dolore dell’uomo-scrittore, colmo di impegni familiari e necessità di scrivere. Il carattere di Linda e la sua lotta, ancora una volta, perché le cose vadano in una direzione che nemmeno lui comprende. Il cuore del libro è tutto nel rapporto che Knausgård ha con se stesso e nei confronti degli altri, e più specificatamente di Linda, dei figli e di Geir (un suo amico scrittore). Knausgård analizza costantemente le tensioni che si creano fra la sua persone e le altre, fra ciò che è, ciò che vorrebbe essere, ciò che deve essere e ciò che gli altri sono. Una continua analisi alla luce del giorno, costellata di riflessioni e impennate acutissime. A tutto questo fa da sfondo ciò che appare come insensato ed è invece, appunto, l’orizzonte nel quale tutto si muove: la vita.

Credo che Knausgård sottoscriverebbe la frase di uno splendido film in cui si racconta la vita di due anziani che cominciano a fare bilanci delle proprie esistenze, la quale sostiene che «le emozioni sono l’unica cosa che abbiamo».

Ps. Le ampie parentesi narrative sono una delle cose più sublimi di questa lettura. La capacità di condurti da una parte all’altra del flusso narrativo è ciò che Knausgård padroneggia di più: una dote non da poco.


 

Saverio Mariani

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