Ho vissuto a Macerata per due anni e mezzo, frequentando l’università. Ho avuto due case: la prima leggermente fuori dal centro, in via Pantaleoni, appena sotto l’Arena Sferisterio; la seconda in centro, in via Gramsci appena sopra la piazza centrale dove una lapide ricorda il sacrificio di Giordano Bruno per la libertà di pensiero.

Con un amico con cui ho convissuto a Macerata – quando si è saputo della sparatoria del fascista (si chiamano così queste persone, fasciste) Luca Traini – ci siamo scambiati dei messaggi. Mi dice “è come se avessero sparato sotto casa mia”. Poi ho visto le immagini alla tv: tutte quelle strade le ho calpestate così tante volte.

Non ho la minima intenzione di parlare di cosa dobbiamo fare, di cosa sia giusto o sbagliato nel processo d’integrazione. So solo che, come detto, queste cose vanno chiamate col loro nome: fascismo.
Vorrei piuttosto parlare di Macerata, la mia seconda città, un luogo dove ogni volta che torno mi sento a casa. Vorrei parlare un po’ della mia Macerata perché secondo me parlarne e raccontarvela, significa anche provare a capire.

Le mura intorno al piccolo centro della città sono tutte a mattoncini. Hanno un colore rossastro caldo; le case si aggrappano lì sopra e vengono attraversate da vie e scalinate impegnative, ripide da togliere il fiato.

Nel mio secondo anno a Macerata, soprattutto al mattino presto, scendevo velocemente quei viottoli per arrivare al Parco Diaz e correre. Il parco è un posto meraviglioso, pieno di piante e alberi di molti tipi, una grande fontana al centro e un laghetto con una passerella di legno. Intorno un anello di ghiaia dove nei pomeriggi assolati i bambini imparano ad andare in bici, e noi correvamo.

Al parco andavo spesso anche a pranzo o a leggere. A fianco al parco c’è la stazione dei bus. In queste due zone trovavi spesso ragazzi di colore che si parlavano e coi loro cappelli sgargianti sorridevano amaro. Chiesi a un mio collega maceratese come mai ci fossero molti ragazzi di colore in città. Spesso li vedevo camminare parlando al telefono, sciogliendo un po’ il sorriso. Lui – impegnato con associazioni cattoliche nel processo integrativo – mi disse che Macerata e la sua provincia è ricca di realtà che ospitano immigrati e rifugiati politici. Una rete di accoglienza e integrazione in una zona con un buon numero di industrie e manifattura.

Ho girato le vie del centro di notte molto spesso e non ho mai percepito paura. Il centro di Macerata, la notte, è silenzioso. Ci sono molti studenti che spesso passano le serate a casa – e lo vedi perché ci sono le luci accese fino a tardi, gli passeggi sotto e vedi qualcuno che si affaccia a fumare.

Quando piove, a Macerata, le pietre per terra sono ancora più lisce e pericolose. In discesa, camminando, punti un po’ i piedi e ti avvicini ai muri. Il mercoledì – anche se piove – in centro c’è un mercato enorme nel quale trovi di tutto. Nei giorni freddi e col cielo pulito il mercato, malgrado crei qualche intoppo a chi abita in centro, è bello, ricco, pieno di vita. Davanti all’entrata della mia università, in via Garibaldi, c’era sempre un venditore di intimo femminile. Di tutti i colori. Cose anche inguardabili. Entravo in facoltà sempre sorridendo, il mercoledì, quando in centro c’è il mercato.

Macerata è piena di pizzerie che ti portano la pizza a casa. Ragazzi col motorino coi cartoni di pizza dietro e le buste con le birre tra le gambe. Che poi Macerata è talmente piccola che ci potresti pure andare a piedi a prenderti la pizza. Così come andavo sempre a piedi al supermercato appena fuori dal centro. Una discesa imponente che odiavi mentre tornavi su con le buste e lo zaino pieno.

Se andavo al Centro Sportivo Universitario a giocare a calcetto c’erano spesso dei gruppi di ragazzi immigrati che giocavano sull’altro campo. Mi ricordo di uno con la maglia di Weah, e chissà se anche lui era liberiano? La strada che ti riportava in centro aveva una luce color arancio e me la ricordo sempre vuota. La attraversavo spesso con la macchina di Marco: un poliziotto pugliese che abitava a Macerata da molti anni e che avevo conosciuto grazie al custode del Centro Sportivo Universitario, al quale avevo chiesto se ci fossero gruppi di amici che cercavano una persona per arrivare a 10 e giocare con regolarità. Mi ricordo di una sera con la pioggia battente e noi nel tendone a giocare; il mio amico e coinquilino che era venuto a vedere la partita col braccio intrappolato in un tutore dopo l’operazione alla spalla.

In via Crescimbeni – una via che taglia la città, tutta in piana e costantemente curva – c’è una storica trattoria: “Da Ezio”. Ci andavamo a pranzo coi colleghi di corso e poi il giorno della mia laurea. Le tagliatelle al ragù e il vino Ciù Ciù della provincia di Ascoli. Un giorno, usciti da un pranzo coi colleghi di università, andammo direttamente a lezione – capendoci davvero poco.

Mi ricordo anche di alcune sere calde di maggio nelle quali, in maniche di camicia, parlavamo di filosofia in consessi informali con persone arrivate ad ascoltare le iniziative di questo caffè filosofico che avevamo organizzato con l’università. Le birre che abbiamo bevuto per il centro le ho bevute quasi tutte in giro, quasi mai seduto in un pub. Il silenzio e la calma della città si accordavano con me.

Andavo sempre a studiare alla biblioteca centrale che rimaneva aperta fino a mezzanotte. Si trova in un palazzo attaccato a quello delle poste e di architettura fascista. Che in un palazzo simbolo di quella stagione ci sia, ora, una biblioteca mi è sempre sembrata una cosa notevole dal punto di vista simbolico. A piano terra c’erano dei lunghi tavoloni bianchi coi libri ai lati, luci moderne che scendevano a picco sulle postazioni di lettura. Per fare una pausa e prendersi un caffè c’erano varie possibilità: Macerata è infatti piena di pizzerie e di bar. Se passi davanti al “Forno di Matteo” c’è sempre un gran profumo di pane appena sfornato che ti viene servito da ragazzi impolverati di farina.

A Macerata tutto scorre, come le auto che le girano intorno in quel grande senso unico che è la sua viabilità. Se parcheggi al Garibaldi, come facevamo noi che venivamo da fuori e non usavamo la macchina per tutta la settimana, puoi vedere le colline che danno verso il mare e – nei giorni migliori – intravedi anche l’orizzonte che si confonde con l’acqua. A volte la nebbia si abbassava parecchio e da Macerata la vedevi da sopra, come un cuscinetto.

L’ultima volta che sono tornato era questa estate, per sentire un concerto. Dopo il concerto sono salito in piazza a fare un giro e per far vedere all’amico che mi accompagnava dove vivevo. Nella piazza centrale, sulla torre storica – a fianco al Teatro –, è stato restaurato un orologio planetario molto bello. Mi sono girato verso destra e ho rivisto la lapide nella quale si ricorda Giordano Bruno. Le vie del centro, malgrado l’aria calda e il pubblico uscito dal concerto, non si erano affatto ingolfate.

A Macerata si torna sempre alla calma.
Lo farà anche stavolta, grazie a Jennifer, Mahamadou, Wilson, Festus, Gideon e Omar. Li vedremo forse seduti su una panchina a sciogliere un po’ il loro sorriso. 

 

Saverio Mariani

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