Recensione di Addio fantasmi

di Nadia Terranova (Einaudi, 2018)

Gli anni al contrario, il primo romanzo che Nadia Terranova ha pubblicato con Einaudi, parlava di una storia d’amore travagliata nella Sicilia degli anni ’70. Era il tentativo – o almeno a me è sembrato il tentativo – di raccontare l’influenza degli eventi sui sentimenti e soprattutto sulle costruzioni sociali che si edificano sopra i sentimenti. In Addio fantasmi – il nuovo romanzo dell’autrice messinese (Einaudi Stile Libero Big, pp. 197, € 17) – la necessità di raccontare questa influenza reciproca mi sembra ancora presente, traccia evidente all’interno della narrazione.

Addio fantasmi è la storia di un ritorno. Quello (temporaneo) di Ida a Messina nella casa dove abita sua madre. Il tetto ha bisogno di una ristrutturazione, e la madre ha deciso di vendere l’immobile. In casa non c’è solo sua madre, con la quale il rapporto è sempre teso, nervoso e pieno di una frustrazione antica, ma aleggia tra le stanze la presenza di un’assenza: quella del padre di Ida, sparito nel nulla ventitré anni prima.

Ida nel frattempo abita a Roma, si è sposata con Pietro – il matrimonio fra i due sembra un treno che viaggia a velocità sostenuta su un binario dritto e pianeggiante, ed ha tutti i vetri oscurati –, lavora in radio. La scomparsa del padre – non la sua morte, ma la scomparsa improvvisa seguita ad un lungo periodo depressivo – è una frattura alla quale non è stata mai data la corretta attenzione. Quel decisivo momento è stato cristallizzato e lasciato intonso, le vite di Ida e di sua madre non hanno mai fatto realmente i conti con quella vicenda che ora, invece, diventa il cuore del ritorno della figlia a Messina, nonché la scintilla fiammeggiante che accende tutta una serie di incongruenze mai affrontate, di scalini del passato che Ida ha lasciato in un magazzino della memoria. Sembra che Ida in questo ripostiglio non sia mai realmente entrata, ma lo abbia sempre e soltanto guardato da fuori.

«La memoria è un atto creativo: sceglie, costruisce, decide, esclude; il romanzo della memoria è il gioco più puro che abbiamo» (p. 26).

Ciò che sorregge la narrazione è quindi una serie di domande che l’autrice pone alla dimensione del ricordo, alla forza della memoria e alla struttura del dolore che ci si impianta sopra. Addio fantasmi è sì un’ottima storia che parla mediante la voce di due donne diverse, Ida e sua madre, ma risponde più che altro all’esigenza di dimostrare la correlazione che c’è fra un dolore e la causa di quel dolore.

L’assurda sparizione del padre, nei racconti di Ida, sembra più dolorosa della sua assenza. Non è quest’ultima a far patire la giovane ragazza che cresce a Messina e che tornandovi ritrova alcuni dei passaggi essenziali del proprio percorso di crescita, ma è piuttosto il fatto che del padre non si sappia nulla. Forse era meglio fosse morto, arriva a pensare.

La sparizione diventa allora per entrambe un santuario intoccabile, un evento quasi divino che non può essere oltraggiato nemmeno con le lacrime, un dolore che si può solamente ammirare e non decodificare.

«Ma una vita parallela non c’è da nessuna parte, non esiste niente se non quello che è esistito […]. Nessuno è vivo – tutti noi siamo soltanto: ancora vivi» (p. 190)

Il romanzo – anche grazie a questa metafora del ritorno, il quale permette che corpo e ricordo si trovino nello stesso istante nella stessa città – è la decodifica di ciò che si è abbarbicato sopra il santuario della sparizione del padre di Ida. Eccolo il ruolo decisivo di ciò che si crea, quasi autonomamente, fra un dolore e il “come” lo viviamo.

«Hai vissuto cose terribili come fossero normali e forse viceversa, mi aveva detto una volta Pietro. Sapeva di me senza aver mai chiesto, nell’unico modo in cui bisogna sapere i fatti di chi amiamo, perché li sappiamo e basta» (p. 99)

La scrittura di Nadia Terranova è sottile, intreccio costante di ambientazione e narrazione. È una forma alta di ciò che si pretende da un romanzo che non sia il mero racconto di una vicenda: l’esplorazione di come il narratore, o il protagonista, vive e assorbe ciò che sta vivendo. Nei romanzi, almeno per me, è sì interessante la storia, è sì interessante la vicenda complessiva entro la quale quella storia si inquadra, ma è ancora più interessante il punto di vista di chi racconta o è coinvolto. Entrare letterariamente in questo scarto significa non accontentarsi di ciò che si sa, ma abbandonarsi a un lato sconosciuto dell’esistenza. Un luogo che può spaventare o attrarre, come i fantasmi del passato che non abbiamo profondamente attraversato.

«Esisteva davvero quella terra straniera chiamata il dolore degli altri, un dolore uguale al nostro e insieme del tutto sconosciuto» (p. 165)

[Fonte immagine.]
Saverio Mariani

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