La cittadina di Ebbing, nel Missouri, non esiste. Per quanto la si possa cercare nelle cartine geografiche del paese del Mid West, lei non esiste. Ebbing è il luogo inventato nel quale Martin McDonagh (In Bruges e 7 psicopatici) ambienta una storia – anch’essa inventata – ma paradigmatica di alcune dinamiche sociali e umane.

Mildred Hayes (una straordinaria Frances McDormand) guarda tutti di traverso, sembra non saper muovere il collo e sposta solamente i suoi occhi mentre parla con gli altri. È una madre orfana di un marito fuggito e di una figlia uccisa e stuprata. Le rimane solo il suo figlio liceale, col quale ha sviluppato un rapporto diretto e snervato, senza filtri.

Dopo sette mesi dalla morte di Angela, da parte della polizia, non c’è stata alcuna risposta all’omicidio e al vilipendio di sua figlia. Mildred, dunque, decide di affittare tre grandi manifesti lungo una strada oramai in disuso dopo la costruzione dell’autostrada. Nei tre cartelloni Mildred chiede al sergente di polizia William Willourghby perché, dopo sette mesi, non c’è stato ancora un arresto. “Stuprata mentre bruciava”, fa scrivere nel primo dei tre.

Willoughby è il capo della polizia locale, un uomo che deve tenere assieme “i suoi ragazzi” («se cacciassimo tutti i poliziotti che hanno tendenze razziste, rimarremmo con tre poliziotti che comunque odiano i froci», dice a Mildred cercando di proteggere l’altro grande personaggio del film, l’agente Dixon – Sam Rockwell) e la sua vita famigliare. La polizia rappresenta l’unica struttura riconosciuta in paese, il vero baluardo della legge. Cazzotti e pugni non sono puniti, tutto è in deroga. Tranne i cartelloni di Mildred; il gesto genera una serie di disordini e una catena di eventi, spinge la realtà ad emergere – quella pubblica come l’uccisione dimenticata di Angela, e quella privata delle vite del sergente, di Mildred, dell’agente Dixon –, a divenire finalmente materia plastica. Come se un corpo martoriato dai tagli venisse coperto di sale e scoprisse non solo di avere quei tagli, ma soprattutto che bruciano.

Con linguaggio crudo ma realistico Tre manifesti ci ricorda come la vita non sia sempre lo scorrere di qualcosa all’interno di un quadro predefinito. L’America degli altri è l’America di tutti, così come la vita degli altri è anche la nostra.

L’attenzione alle zone più recondite degli States è, soprattutto a seguito della vittoria elettorale di Trump, di nuovo argomento di discussione pubblica. S’inserisce in questo discorso sia Tre manifesti che il primo libro di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno, pubblicato recentemente da minimum fax. Un libro di racconti originariamente pubblicato nel 1992 ma riproposto solamente ora in traduzione italiana. Le storie di Offutt sono tutte ambientate in una piccola zona del Kentucky, stato che confina anche con il Missouri. La sensazione di straniamento e isolamento è evidente (sia nel film che nel libro), come se il luogo nel quale si è nati sia una prigione dalla quale è impossibile fuggire.

«A volte non so che ci sto a fare qui», disse. «Non lo sa nessuno», risposi. «Qui quasi tutti aspettano di morire e basta» si legge nel primo racconto di Offutt.

Mildred nei Tre manifesti a Ebbing, Missouri crea scandalo nella comunità proprio perché aspettare di morire e basta non ha più senso. C’è qualcosa da vendicare, una vita che ha acuito il senso di disordine e una morte che non doveva arrivare.

In entrambe le opere si percepisce lo schiacciamento di queste vite, la loro difficoltà di incamerare ossigeno. Qualcosa che può sembrarci così famigliare da diventare urticante.

«Sopra la cresta c’era una striscia di cielo scuro, ed Everett si domandò cos’avrebbe potuto vedere se non ci fossero state colline dappertutto», scrive Offutt in Palla 9, l’ultimo dei racconti raccolti nel volume.

Mildred non lo sa cosa si può vedere oltre le colline: non gira il collo, guarda sempre tutto di traverso.

 

Saverio Mariani

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