Nel 1986 Philip Roth pubblica un romanzo dal titolo La controvita (in Italia tradotto da Vincenzo Mantovani, edito da Einaudi). Protagonista il suo alter-ego Nathan Zuckerman. Autore ebreo-americano capace di (o forse necessitato a) trovare il conflitto in ogni cosa. Incapace di soddisfarsi. E menomale.

La storia sembra semplice, all’inizio. In seguito il romanzo prende una piega quasi post-moderna, con protagonisti che muoiono solo in apparenza e che tornano alla ribalta, in un gioco fra realtà e finzione, vita e letteratura, non più così chiaro ma che apre i polmoni e ti getta in una catarsi quasi magica.

Il fratello di Nathan, Henry, muore in seguito a una pericolosa operazione al cuore. Decide di operarsi non perché è in pericolo la sua vita, anzi coi farmaci e una vita sana potrebbe benissimo andare avanti molti anni. Il problema cardiaco l’ha reso impotente, a 39 anni.
Impossibile seguitare senza che possa soddisfare il suo desiderio sessuale.
Wendy, la sua amante e collaboratrice nello studio dentistico, lo aspetta tutte le sere, per consumare con lui velocemente, prima di rientrare a casa. Lei da una parte, lui da Carol e i suoi figli.

La bramosia di Henry lo spinge al pericolo assoluto della morte.
Il desiderio sessuale ha più forza della paura di perire sotto i ferri.

Questa guerra l’ha vinta il desiderio che più di tutti reprimiamo e nascondiamo.

A questa apparente finta morte segue un esilio forzato di Henry (tornato a scoprire le sue radici ebraiche) in Israele, dove Nathan lo raggiunge per comprendere le motivazioni che lo hanno portato laggiù a imparare l’ebraico e a seguire le direttive di un pazzo radicale di nome Lippman.

Nathan allora, un ebreo profondamente americano, che scandalizza coi suoi libri e che ama la libertà americana, difendendola davanti a qualunque alternativa, deve scontrarsi con l’integralismo. Con coloro i quali vedono la Bibbia (realmente!) come la Legge, con coloro che intendono cacciare i palestinesi dalla terra promessa perché lo Stato Ebraico sia finalmente in atto. Con chi giustifica la guerra, il conflitto. Non lo vogliono capire. Lo vogliono fare.

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E allora ecco che commenta col suo distacco da intellettuale:
«La terza guerra mondiale non sarà scatenata da nazionalisti oppressi che vogliono l’indipendenza politica, come accadde la prima volta quando i serbi a Sarajevo uccisero l’erede al trono austriaco, ma da qualche “lupo solitario” semianalfabeta e strafatto come Jimmy che lancia un razzo in un arsenale nucleare per fare colpo su Brooke Shields» (pp. 204-205).

E tuttavia Nathan (attraversato dai conflitti di cui va in cerca) si ricorda di essere ebreo, di avere un’identità che si radica nel sangue e, mentre discute con la sua donna (Maria, nome non scelto a caso), le chiede:
« – Come la pensa la gente di qui, Maria?
– La gente la pensa così, – disse lei in tono pungente: – “Perché gli ebrei fanno tutto questo casino per il semplice fatto che sono ebrei?” Ecco quello che pensano.»
 (p. 362).

Un rapporto di forza e basta, sembra risponderle Maria. Questo mondo è solo rapporto di forza. Ma Nathan ci sguazza nei conflitti, nei contrasti, nella dinamicità che non si ferma di questo mondo.
La cristiana Maria, invece, non ha né la voglia né la capacità di andare a cercare queste tensioni e, poco prima, durante il loro ritiro londinese dice a Nathan:
«Tu vedi la vita, mi pare, come una cosa che ha un inizio, una parte di mezzo e un finale, il tutto tenuto insieme da qualcosa che porta il tuo nome. Ma non è necessario dare una forma alle cose. Puoi anche arrenderti a loro. Nessuna meta: lasciare semplicemente che le cose seguano il loro corso» (p. 232).

C’è che vorrebbe solo vivere la propria vita.

E se è in parte vero ciò che si dice Nathan – «Era sempre allettante, per due persone cresciute in circostanze così diverse, scoprire in sé interessi così sorprendentemente simili: e naturalmente anche le divergenze continuavano a essere piuttosto inebrianti» (p. 311), be’ è vero anche che ciò che inebria, prima o poi, annoia.

Ecco allora che emerge la necessità di istituire una controvita; una dimensione che ci sposti su un altro piano, ci faccia togliere immediatamente tutte le maschere, i cliché. Nathan Zuckerman, e dunque Philip Roth, trovano nella letteratura questo campo che sta al di qua del bene e del male nel quale possono dar sfogo alla loro morbosa voglia di toccare il Reale. Questo non conduce ad un allontanamento dalla verità, ma a una ricerca più approfondita – sfrondata da ogni cavillo e orpello costruitogli sopra.
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Se prendiamo sul serio gli scrittori che hanno questa esigenza e non hanno paura di dirlo; nelle pieghe del loro linguaggio esce immediatamente il sangue di cui tutti noi, in fondo, siamo composti. Così, allora, Vite Controvite saranno le medesime strade, percorse in un senso di marcia o nell’altra. Strade senza direzioni prefigurate ma comunque inquadrate nel medesimo paesaggio.

Vite e Controvite si intrecciano in questa dimensione unica che chiamiamo “io”, la quale – molto spesso – ha meno a che fare con la verità di quanto si possa immaginare.
Leggere Philip Roth, credo sia uno dei migliori modi per autodenunciare le proprie falsità e contraddizioni, portando alla luce i lati fruttuosi dei conflitti.

Ogni limite è una prospettiva.

 

«Mentre lui parlava io pensavo: “Guarda in che razza di storie la gente trasforma la vita, in che razza di vite la gente trasforma le storie”» (p. 134).

Saverio Mariani

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