Caro amico-lettore,
magari è perché ci sto più attento in questo periodo, o forse perché – come è normale che sia – alcune volte non hai l’energia per guardare a tutto con la stessa intensità e profondità, sta di fatto che ho come la sensazione di essere circondato. Circondato da una serie di applicazioni e funzioni che mi ricordano, che mi riportano gli anniversari dallo scatto di una foto e quindi – inevitabilmente – tutto quello che vi è collegato. Ad esempio.

Google Foto (sul cui cloud archivio le mie foto scattate col cellulare o con la macchina fotografica) mi invia notifiche ogni giorno per dirmi che quello stesso giorno, “x” anni fa, stavo facendo chissà cosa. Facebook ha deciso che la funzione “ricordi” sia fondamentale – e forse lo ha pensato anche giustamente, dal canto suo, perché pubblichiamo una grande quantità di contenuti sui social.

Ma io non voglio ricordare.

Cioè, io voglio ricordare ma gli anniversari vorrei lasciarli da parte. Gli anniversari sono finzioni, a differenza dei ricordi che sono tutto ciò che ci tiene e sostiene. Gli anniversari sono momenti che gli uomini hanno creato per evitare ai ricordi di rimanere liquidi, sciolti, spesso indefiniti e sganciati da un evento. (Non so che giorno fosse, e non ho chiaro nemmeno l’anno, ma della prima volta – o almeno quella che credo sia la prima volta – che mio padre mi portò a pescare io non ricordo i gesti e nemmeno le parole. Ho però impresso il profumo che sentivo una volta entrato in quella conca mezza piena d’acqua isolata, quasi fosse buttata dentro la piccola vallata argillosa. Mi ricordo il suono della notte che si stava allontanando mentre arrivavamo e poi il sole cocente dal quale mi riparavo a fatica, sotto le fronde degli alberi.)

Io voglio ricordare così, senza date e ricorrenze. Gli anniversari sono ganci della memoria costruiti ad arte, un tentativo fallimentare di bloccare il flusso dinamico e inesauribile dei ricordi.

Ma poi mi guardo da fuori (dannazione e condanna del mio essere) e mi vedo mentre scrivo una canzone, o un racconto, o una lettera. La fatica di quei momenti sublimi e pacifici sta tutta nel “trovare le parole”.

Per cosa?
Perché?

Trovare le parole che ti permettono di ingabbiare, di rendere verbo quello che vivi, un ricordo o una vita immaginaria. È creare degli anniversari, in un certo senso, dei fotogrammi definiti e quadrati: l’inesauribile tentativo di circoscrivere ciò che sfugge ad ogni chiusura. Che se ci penso è quello che facciamo sempre: trovare un modo di cristallizzare l’aria, di renderla misurabile attraverso un sistema di misurazione che non è naturale, ma artificiale, pensato e progettato da noi, dalle nostre esigenze.

Esigenze contrastanti che ci contraddistinguono e, nella loro continua lotta fratricida, producono carburante per andare avanti. È allora forse in quest’ottica che gli anniversari acquistano una nuova luce; diventano immediatamente il tentativo – per lo più inconcludente – di far terminare un ricordo, di evitare che le sue scorie continuino a toccare quello che verrà.

In una parola: dimenticare.

Ma io non voglio dimenticare: «remember everything».

 

 

[Fonte immagine.]
Saverio Mariani

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