Devi cominciare a capire

Racconto #1

Un rivolo d’acqua scivolava sopra l’asfalto umido e scorreva verso il basso. I piedi mi conducevano dritto, a metà costa, e sentivo la punta delle scarpe bagnarsi sempre più. Il ruscelletto improvvisato andava da destra a sinistra, nella direzione opposta a quella che sembra la normalità per chi scrive. Alzando il polso sinistro avevo preso coscienza dell’orario – tardo pomeriggio-serata, quando tutti o quasi sono rientrati nelle loro case e cominciano a sedersi per cenare –; a quell’ora, in giro, c’è meno gente che di notte. Almeno, dopo cena, cominci a vedere qualche ragazzo che affronta il freddo e il sonno pur di evadere, qualche coppietta abbracciata dopo aver mangiato in un ristorante o gente che esce di casa a far pisciare il cane. Non che il senso di solitudine si plachi di fronte ai pochi sconosciuti incrociati per strada e mai visti prima, eppure ti sembra almeno che sia un po’ condivisa: non sei davvero l’unico a camminare. Spostando fragilmente il tuo sguardo sugli altri puoi per un attimo non pensare all’incessante andirivieni del tuo cervello, alla sensazione impudica di un mondo che ti crolla addosso e che ti vede al centro, al devastante attacco di narcisismo di cui sei affetto continuamente. Quando incontri gli altri forse ti si chiarisce l’idea che non sei affatto il fulcro di un bel niente; al massimo sei uno dei tanti. E alle volte nemmeno quello.

Devi cominciare a capire.

Non c’è il mondo che ti vuole cadere sulla testa, semmai c’è il tuo mondo bello ristretto che ti sembra tutto ed è in realtà soltanto una porzione infinitesimale di questo ecosistema in cui tutti – ti sembrerà una frase fatta, ma è così caro mio – sono necessari e nessuno è indispensabile.

Non c’è la realtà dei fatti, un’oggettività su cui puoi contare e mettere le tue bandierine sperando che anche gli altri le vedano e le apprezzino, semmai c’è la tua realtà che hai disegnato e rattoppato con immagini prese a destra e sinistra, dando un valore inestimabile ad alcune e nascondendone altre. Arbitrariamente.

Non c’è la cosa giusta da fare, ovvero quel gesto universalmente riconosciuto che dovresti compiere come da protocollo, semmai ci sono le cose che reputi giuste in quel momento, dentro quella situazione, con quelle persone, dipendenti anche da come ti sei ridotto: hai bevuto? Ti senti alla canna del gas? Sei immodesto? Hai paura?

Non c’è la reazione a un’azione ricevuta, semmai c’è la tua reazione, quello che la pancia sembra dirti coi suoi sussulti che passano direttamente nella testa attraversandoti i polmoni e si complicano come il filo delle cuffiette messe malamente nella tasca del giaccone, che è sempre un’impresa aprirle e riconoscerle come tali. Sai meglio di me quanto sia difficile riconoscere come proprie le cose che hai fatto, le parole che hai detto, gli sguardi che hai lasciato addosso agli altri, i respiri che hai sparato verso l’alto come a voler bucare una sfera oscura intorno al tuo corpo.

Eppure, lo sappiamo entrambi, con una luce sempre più flebile siamo alla costante ricerca di un modo per sfuggire a questa relatività che è il nostro spazio vitale. Ci divincoliamo certi giorni di più, certi giorni di meno, talvolta come intrappolati in un sogno nel quale una piovra ci sta bloccando l’uso delle braccia.

Poi rilasci l’aria dalla tua bocca verso l’alto fino quasi a far lacrimare i tuoi occhi che non si limitano a guardare ma si ostinano ad osservare i particolari, le sottigliezze, i riflessi dell’acqua e di questo ruscelletto improvvisato in mezzo al quale mi sono fermato e che scorre da destra a sinistra, nella direzione opposta a quella che sembra la normalità per chi scrive e sa che la normalità è un concetto fatuo ma corrosivo.

 

[La foto di copertina è presa da qui.]

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Saverio Mariani

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